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La magnifica accoglienza commosse Deslauriers. Parlarono del passato, dell'avvenire; e ogni tanto; stringendosi le mani al di sopra del tavolo, si guardavano per un attimo con tenerezza. Deslauriers, a voce alta, fece notare com'era lucida la fodera. Poi venne il sarto, di persona, a consegnare il vestito stirato. Mentre Federico le provava, il calzolaio lanciava occhiate ironiche ai piedi del giovane provinciale.

L'umiliazione dell'amico mise Federico a disagio. Continuava a rimandare la sua confessione. E come mai non mi dicevi niente nelle tue lettere?

Non era dai Dambreuse, ma dagli Arnoux. Per rimediare alla colpa e distrarre l'amico, si mise a sgrovigliare le corde del baule, a sistemar la roba nei cassetti; voleva cedergli il letto e dormire lui nel ripostiglio.

Un guanto, troppo su misura, gli si era scucito; e proprio mentre cercava di nasconder lo strappo sotto il polsino della camicia, Arnoux, che saliva alle sue spalle, lo prese a braccetto e lo fece entrare. L'anticamera era decorata alla cinese, con un lampadario dipinto appeso al soffitto e mobiletti di canna negli angoli. I candelieri erano ancora spenti, ma in fondo, nel boudoir, erano accese due lampade.

Mademoiselle Marta venne a dire che la mamma si stava vestendo. Era molto cresciuta, dal giorno del viaggio a Montereau. I capelli bruni le scendevano in fitte bande ricciute lungo le braccia nude. La veste, a sbuffi come la gonnellina d'una danzatrice, le scopriva le tenere gambe rosa, e la sua persona gentile sapeva tutta di fresco, come un mazzo di fiori. Federico non sentiva più alcun turbamento. I globi delle lampade, coperti da paralumi di carta traforata, facevano una luce biancastra che addolciva il color malva della tappezzeria di raso sulle pareti.

Attraverso le lame del parafuoco, simile a un grande ventaglio, si vedevano ardere i carboni; sopra, a ridosso della pendola, era posato un cofanetto coi fermagli d'argento. Qua e là, sparse, le cose che parlavano di lei: Era un ambiente amabile e insieme virtuoso, familiare. Rientrava Arnoux; e, dall'altra porta, Madame Arnoux comparve. Portava una veste nera di velluto e, sui capelli, una lunga rete algerina di seta rossa che attorcigliandosi al pettine le ricadeva, a sinistra, fin sulla spalla.

Poi, quasi tutti insieme, arrivarono gli invitati: Dittmer, Lovarias, Burrieu, il compositore Rosenwald, il poeta Théophile Lorris, due critici d'arte colleghi di Hussonnet, un fabbricante di carta, e infine l'illustre Pier Paolo Meinsius, l'ultimo rappresentante della Grande Pittura, che portava con vigore, oltre alla gloria, i suoi ottant'anni e una grossa pancia.

Quando passarono in sala da pranzo, Madame Arnoux prese il suo braccio. Era rimasta vuota una sedia, quella di Pellerin. Pur sfruttandolo, Arnoux gli voleva bene. Ne temeva, d'altra parte, la lingua micidiale, al punto che su L'Art industriel, per commuoverlo, aveva pubblicato il suo ritratto accompagnato da lodi iperboliche; e Pellerin, che era più sensibile alla gloria che al danaro, fece la sua apparizione verso le otto, tutto trafelato.

Federico credette che si fossero riconciliati da tempo. La compagnia, i cibi: La sala era tappezzata di cuoio a sbalzo, come un parlatorio medioevale; una credenza olandese fronteggiava una rastrelliera di lunghe pipe orientali; e tutt'intorno alla tavola, frammezzo ai fiori e ai frutti, i cristalli di Boemia accendevano coi loro diversi colori una specie di luminaria, come in un giardino.

Dovette scegliere fra dieci qualità di senape. In effetti, Arnoux si piccava di essere un buon anfitrione. Faceva la corte, sempre alla ricerca di cibi rari, a tutti i conducenti di vetture postali, e intratteneva rapporti con i cuochi delle grandi case, che gli comunicavano ricette di salse. E cosa vuoi dire, poi, la realtà? C'è chi vede nero, chi vede blu; la maggioranza vede stupido.

Niente è meno naturale di Michelangelo, e niente è più forte! Con delle piccole opere, e malgrado tutti i vostri accorgimenti tecnici, non arriverete mai al suo scopo - sissignori, al suo scopo! Guardate i quadri di Bassolier, per esempio: Si possono mettere in tasca, portarseli dietro in un viaggio. I notai comprano questa roba per ventimila franchi; ci sarà dentro per un tre soldi di idee.

Ma, senza idee, niente di grande; e senza grandezza, niente di bello! L'Olimpo è una montagna, e il monumento più ardito resteranno sempre le Piramidi.

L'esuberanza val più del gusto, il deserto più di un marciapiede, un selvaggio più d'un parrucchiere! Ascoltando queste cose, Federico guardava Madame Arnoux. Cadevano nel suo animo come metalli in una fornace, alimentavano la sua passione, producevano amore. Era seduto dalla sua stessa parte, a tre posti di distanza.

Ogni tanto lei si chinava un poco, voltando la testa per rivolgere una parola alla bambina; e allora, mentre sorrideva, le si scavava una fossetta nella guancia, portando sul suo viso la traccia di una bontà delicata.

Furono serviti i liquori, e la signora scomparve. La conversazione si fece assai libera; Arnoux vi brillava, e Federico fu colpito dal cinismo di quegli uomini. Tuttavia, il fatto che si preoccupassero tanto delle donne metteva lui e loro quasi su uno stesso piano, aumentando la sua stima per se stesso. Rientrato nel salotto, prese, per darsi un contegno, uno degli album che erano posati sul tavolo.

I grandi artisti dell'epoca l'avevano illustrato con disegni, vi avevan messo delle prose, dei versi, o semplicemente la firma; in mezzo ai nomi famosi ce n'eran molti di sconosciuti, e i pensieri singolari affioravano da un mare di banalità. Tutti contenevano, più o meno diretto, un omaggio a Madame Arnoux. Federico non avrebbe avuto l'ardire di scriverci una sola riga. La signora era andata a prendere nel boudoir il cofanetto a fermagli d'argento che Federico aveva notato sulla mensola del camino.

Era un regalo del marito, un lavoro del Rinascimento. Gli amici gli fecero dei complimenti, lei lo ringraziava: Dopo, s'erano sparsi tutti qua e là, in gruppi, a chiacchierare; l'ottimo Meinsius stava con Madame Arnoux, in poltrona, accanto al fuoco; la signora si chinava verso il suo orecchio, le loro teste si sfioravano; e Federico avrebbe accettato d'esser sordo, brutto e infermo pur d'avere un nome famoso e i capelli bianchi, qualcosa, insomma, che lo innalzasse a una tale intimità.

Si struggeva, rabbioso contro la propria giovinezza. Ma lei venne dove era lui, in un angolo del salotto, e gli chiese se conosceva qualcuno degli invitati, se gli piaceva la pittura, da quanto tempo era a Parigi per studiare.

Guardava con attenzione le frange della sua pettinatura, che le accarezzavano appena la spalla nuda; non riusciva a distaccarne gli occhi, sprofondava con l'anima nella bianchezza di quella carne; eppure non osava sollevar le palpebre per guardarla più su, faccia a faccia.

Rosenwald venne a interromperli pregando Madame Arnoux di cantare qualcosa. Erano parole italiane, che Federico non capiva. All'inizio, era un ritmo grave, simile a un canto di chiesa; quindi, animandosi nel crescendo, gli effetti sonori si moltiplicavano, per calmarsi poi all'improvviso; e la melodia riappariva amorosamente, con un'oscillazione larga e indolente. Era ritta accanto allo strumento, le braccia abbandonate lungo il corpo, lo sguardo perduto.

A volte, per leggere la musica, stringeva un istante le palpebre, abbassando la fronte. Nelle note basse la sua voce di contralto prendeva un'intonazione lugubre che dava i brividi, e allora il suo bel viso dai lunghi sopraccigli si reclinava su una spalla; il petto si sollevava, le braccia accennavano ad aprirsi, il collo si rovesciava mollemente allo sgorgare dei trilli come per offrirsi ad aerei baci. Di tanto in tanto, uno degli invitati scompariva. Madame Arnoux, ch'era venuta fino in anticamera, tese la mano a Dittmer e a Hussonnet che la salutavano; h tese anche a Federico; ed egli avverti una sorta di penetrazione in tutti gli atomi della pelle.

Il cuore gli traboccava. Perché, quella mano offerta? Era un gesto irriflesso o un incoraggiamento? Le strade eran deserte. Ogni tanto passava, pesante, una carretta, facendo sussultare il selciato. Si succedevano case dalle facciate grigie, dalle finestre serrate; ed egli pensava con disprezzo a tutti gli esseri umani coricati dietro quei muri, che vivevano senza vederla, senza dubitare, neppure uno di loro, ch'ella esistesse! Non aveva più coscienza dei luoghi in cui si trovava, dello spazio, di nulla; e battendo il suolo col tacco, facendo scorrere il bastone contro le saracinesche, andava diritto davanti a sé, a caso, ebbro, travolto.

I fanali brillavano in due righe dritte, all'infinito, e lunghe fiamme rossastre vacillavano nel profondo dell'acqua. L'acqua era color ardesia, mentre il cielo, più chiaro, sembrava sostenuto dalle grandi ombre che s'alzavano massicce dall'una e dall'altra parte dei fiume.

Gli edifici, ch'era impossibile distinguere, rendevano più densa l'oscurità. Dietro, al di sopra dei tetti, vagava una bruma luminosa; rumori diversi si fondevano in un confuso ronzio; spirava un vento leggero. S'era fermato a metà dei Ponte Nuovo, a capo scoperto, e aspirava l'aria avidamente. Sentiva salire dal fondo di se stesso qualcosa di inesauribile, un flusso di tenerezza che lo snervava, simile al movimento che facevan le onde sotto i suoi occhi. All'orologio di una chiesa suonavano le ore, lentamente, e gli parve che una voce l'avesse chiamato.

Fu preso, allora, da uno di quei soprassalti dell'anima, quando sembra d'esser trasportati in un mondo più alto. Si sentiva investito d'una capacità straordinaria, di cui non conosceva l'oggetto. Si domandava, seriamente, se doveva diventare un grande pittore o un grande poeta; alla fine, decise per la pittura, pensando che le esigenze del mestiere lo avrebbero avvicinato a Madame Arnoux.

Lo scopo della sua vita era chiaro, ormai, l'avvenire infallibile. Non ci aveva più pensato. Nello specchio, gli si offriva il proprio volto. Il giorno dopo, prima di mezzogiorno, aveva già comprato una scatola di colori, pennelli, un cavalletto. La seconda poltrona era occupata da un giovanotto. Il tipo non piacque a Federico. La sua fronte era allungata dalla foggia dei capelli, tagliati a spazzola.

C'era qualcosa di duro e di freddo nei suoi occhi grigi; e la lunga redingote nera, tutto il suo modo di vestirsi facevan pensare al pedagogo e all'ecclesiastico. Chiacchierarono, all'inizio, dei fatti del giorno: Pellerin apri la scatola dei colori. Ne leggeva, a voce bassa, qualche brano, mentre Pellerin e Federico esaminavano insieme la tavolozza, la spatola, i tubetti di colore.

Dopo di che passarono a discorrere dei pranzo dagli Arnoux. E si mise a raccontare d'una famosa litografia, che rappresentava la famiglia reale dedita a occupazioni edificanti: Luigi Filippo con in mano un codice, la regina con un libro di preghiere, le principesse ricamavano, il duca di Nemours si allacciava la spada e il signore di Joinville mostrava una carta geografica ai fratelli più piccoli; sullo sfondo, campeggiava un letto a due piazze. L'arte doveva tendere esclusivamente alla moralizzazione delle masse; bisognava riprodurre solo i soggetti che spingono ad azioni virtuose; gli altri eran tutti nocivi.

Non si ha il diritto Che bisogno abbiamo di tante laboriose frivolezze dalle quali non si riesce a cavare il minimo profitto; di tante Veneri, per esempio, e di tutti i vostri paesaggi? Mostrateci le sue miserie, piuttosto! Santo Iddio, non sono i soggetti che mancano: Ma con principi come questi si corrompono le folle. Il che va tutto a vantaggio del governo, d'altra parte!

Il pittore, esasperato dalle opinioni di Sénécal, si mise a difendere il mercante. Ebbe persino il coraggio di sostenere che Jacques Arnoux era un autentico cuor d'oro, devoto agli amici, affettuosissimo con la moglie.

L'ho visto una volta, con un amico, al caffè: Arnoux rappresentava, ai suoi occhi, un mondo funesto alla democrazia. Repubblicano austero, sospettava di corruzione qualsiasi forma d'eleganza; d'altra parte, non ne aveva bisogno, ed era di un'onestà inflessibile. La conversazione stentava a rianimarsi. Al pittore vennero ben presto in mente certi appuntamenti, al ripetitore i suoi allievi. Quando se ne furono andati, dopo un lungo silenzio, Deslauriers fece diverse domande su Arnoux.

Poi pensarono a sistemarsi. Deslauriers aveva ottenuto, senza fatica, un posto di secondo scrivano nello studio d'un avvocato, s'era iscritto ai corsi di diritto, s'era procurato i libri indispensabili, e la vita che avevano tanto sognata ebbe inizio.

Fu, per grazia della loro giovinezza, una vita incantevole. Dato che Deslauriers non aveva accennato ad accordi finanziari, neanche Federico ne fece parola. Pensava lui a tutte le spese, badava al guardaroba, s'occupava dell'andamento di casa; ma se bisognava fare una predica al portinaio, era lo scrivano che se ne incaricava, continuando a svolgere, come in collegio, la parte del protettore, dell'anziano. Dopo una separazione che durava tutta la giornata, si ritrovavano la sera.

Ciascuno prendeva il suo posto accanto al fuoco e si metteva al lavoro. Ma non lasciavan passare molto tempo senza interromperlo. Erano confidenze interminabili, allegrie immotivate; discussioni, qualche volta, per una lampada la cui fiamma vacillava o un libro che non si trovava più: Lasciavano aperta la porta del ripostiglio, e continuavano a chiacchierare da lontano, ciascuno nel suo letto.

Al mattino uscivano a far due passi sulla terrazza, in maniche di camicia; sorgeva il sole, nebbie leggere scorrevano sul fiume, dal vicino mercato dei fiori giungeva un acuto brusio; e il fumo delle loro pipe s'alzava a volte nell'aria tersa che rinfrescava i loro occhi ancora gonfi di sonno e li riempiva, ad aspirarla, come di una vasta, diffusa speranza.

La domenica, se non pioveva, uscivano insieme, e se ne andavano in giro per le strade tenendosi a braccetto. Molte volte, eran colpiti insieme da uno stesso pensiero; oppure, se si mettevano a parlare, non vedevan più niente di quanto li circondava. Deslauriers avrebbe voluto la ricchezza, che considerava uno strumento di dominio sugli uomini.

Gli sarebbe piaciuto far muovere parecchia gente intorno a lui, sollevare molto rumore, avere tre segretari ai suoi ordini e dare un gran pranzo politico ogni settimana. Malgrado le sue opinioni democratiche, lo spingeva a farsi avanti in casa Dambreuse.

L'altro gli ricordava i tentativi già fatti. Verso metà marzo, con altri conti piuttosto salati, ricevettero quello della trattoria che mandava i pranzi. In effetti, non aveva freni.

Una veduta di Venezia una di Napoli e una terza di Costantinopoli nel bel mezzo delle tre pareti, soggetti equestri di Alfredo de Dreux un po' dappertutto, un gruppo di Pradier sulla mensola del camino, fascicoli di L'Art industriel posati sul pianoforte, e per terra, negli angoli, mucchi di disegni; tutto questo ingombrava l'appartamento al punto che si faceva fatica a posare un libro, a muovere le braccia. Federico sosteneva che gli erano indispensabili per la sua pittura.

La calma di quella grande stanza dove non si sentiva che il trotterellare dei topi, la luce che pioveva dal soffitto, e persino il ronfare della stufa, lo facevano scivolare, a tutta prima, in una sorta di benessere intellettuale.

Poi i suoi occhi, distraendosi dal lavoro, indugiavano sulle crepe dei muri, sugli oggetti posati nello scaffale, lungo i torsi fasciati dalla polvere come da lembi di velluto; e in fondo a ogni pensiero - come un viaggiatore sperduto in mezzo a un bosco è ricondotto di continuo, da tutti i sentieri, al medesimo sito - ritrovava il ricordo di Madame Arnoux. Per andare da lei, si fissava dei giorni; poi, arrivato al secondo piano, davanti alla sua porta, esitava a suonare. Accadeva che l'incontrasse, tuttavia.

La prima volta, era in compagnia di tre dame; un altro pomeriggio sopraggiunse l'insegnante di calligrafia della signorina Marta. E poi, gli uomini che Madame Arnoux invitava ai suoi ricevimenti non le facevano mai visita. Federico decise di non tornarci più, per discrezione. Alla fine, Arnoux gli diceva: Federico aveva già accettato prima che l'altro finisse di parlare. Sembrava che Arnoux cominciasse a volergli bene. Quand'era a quei pranzi, non apriva mai bocca; la contemplava. A destra, vicino alla tempia, aveva un piccolo neo; le bande che le scendevan sulle guance erano più nere degli altri capelli, e sempre un poco umide, pareva, lungo i bordi; di tanto in tanto se le lisciava, passandoci due dita appena.

Federico conosceva la forma delle sue unghie, una per una; s'incantava ad ascoltare il fruscio acuto della sua veste di seta quando sfiorava lo stipite d'una porta; fiutava di nascosto il profumo del suo fazzoletto. Il suo pettine, i suoi guanti, i suoi anelli erano per lui degli oggetti particolari, importanti come opere d'arte, animati, quasi, come persone; gli afferravano il cuore, e accrescevano la sua passione.

Con Deslauriers non aveva avuto la forza di tacere. Quando tornava dalla casa di lei, lo svegliava come per sbaglio per potergliene parlare. Deslauriers, che dormiva nel ripostiglio accanto al sifone dell'acqua, cacciava un lungo sbadiglio. Federico si sedeva ai piedi del suo letto. Parlava del pranzo, dapprima, poi gli raccontava mille particolari insignificanti nei quali aveva scorto qualche segno di disprezzo o di favore. Una volta, ad esempio, lei aveva rifiutato il suo braccio per prendere quello di Dittmer, e Federico se ne desolava.

Deslauriers; si voltava dalla parte del muro e s'addormentava. Non ci capiva niente in quell'amore, che giudicava un'estrema debolezza d'adolescenti; e, sicuro che il loro reciproco affetto non fosse più sufficiente, gli venne in mente di riunire gli amici comuni una volta la settimana.

Arrivavano il sabato verso le nove. Le tre tende di tela algerina eran tirate con cura; oltre alla lampada, erano accese quattro candele; in mezzo al tavolo, un vaso pieno di pipe era disposto fra le bottiglie di birra, la teiera, una fiasca di rum e un vassoio di dolci. Discutevano sull'immortalità dell'anima, confrontavano questo con quel professore.

Una sera, Hussonnet introdusse un giovanottone con una re dingote troppo corta di maniche e con l'aria imbarazzata. Era il ragazzo che avevano cercato di far rilasciare, l'anno prima, al posto di polizia.

Dato che non era riuscito a riportare al padrone lo scatolone di merletti smarrito nella rissa, era stato accusato di furto, minacciato di denuncia; al presente, era commesso da uno spedizioniere. Tese a Federico il portasigari ancora pieno, conservato religiosamente nella speranza di poterlo restituire. I giovani amici l'invitarono a tornare.

Solo Martinon aveva cercato di difendere Luigi Filippo. Gli altri lo seppellivano sotto i luoghi comuni dei giornali: Alla fine Martinon taceva, per paura di offendere qualcuno. In sette anni di collegio non aveva mai avuto un castigo, e anche alla Facoltà sapeva piacere ai professori. Portava, di solito, una spessa redingote color mastice, e soprascarpe di gomma; ma una sera comparve in abito da nozze: In realtà, il banchiere aveva appena acquistato da Martinon padre una grossa partita di legname; e dato che il buonuomo gli aveva presentato suo figlio, li aveva invitati a pranzo tutti e due.

Per Pellerin, le belle donne non esistevano: Ma alla fin fine, siamo schietti: Cerchiamo d'essere Galli, per la malora: Scorri, buon vino; donne, sorridete. Dalla bruna alla bionda, e via!

Non sei del mio avviso, ottimo Dussardier? Tutti insistettero per conoscere i suoi gusti. La cosa fu detta in modo tale che vi fu un attimo di silenzio, qualcuno sbalordito da tanto candore, altri, forse, riconoscendovi la segreta aspirazione del loro cuore. Per Deslauriers le donne erano una distrazione, niente di più. Il signor de Cisy provava, verso di loro, timori d'ogni sorta.

Cresciuto sotto gli occhi d'una nonna devota, trovava la compagnia di quei giovani attraente come un luogo di perdizione e non meno istruttiva della Sorbona.

In effetti, non gli lesinavano le lezioni; e lui si mostrava pieno di zelo, al punto di voler fumare a dispetto delle tormentose palpitazioni che lo prendevano, poi, regolarmente. Federico lo circondava di premure. Ammirava i colori sfumati delle sue cravatte, il suo pastrano di pelliccia e soprattutto le sue scarpe, sottili come guanti e addirittura offensive per delicata lucentezza; giù, in strada, l'aspettava la carrozza.

Una sera che se n'era appena andato, e fuori nevicava, Sénécal si mise a compiangere il suo cocchiere. Poi fece una tirata contro i guanti gialli e il Jockey Club. Teneva in maggior conto un operaio, lui, che quei signori. Il ripetitore non gli avrebbe mai perdonato quell'uscita. Erano, tuttavia, assai diversi fra loro. Per Sénécal, che aveva la testa fatta a punta, non esistevano che i sistemi. Regimbart, al contrario, nei fatti non vedeva altro che i fatti.

La sua preoccupazione principale era la frontiera del Reno. Pretendeva d'intendersi di artiglieria, e si faceva fare i vestiti dal sarto del Politecnico. Non appena le idee attingevano ad una certa altezza, mormorava: Tutto sommato, Regimbart stava sullo stomaco a tutti, soprattutto a Deslauriers, anche per il fatto che il Cittadino era un amico intimo di Arnoux. In realtà allo scrivano sarebbe piaciuto frequentare quella casa, dove sperava di fare qualche utile conoscenza.

Ma Arnoux era oberato dal lavoro, oppure doveva partire; e poi non ne valeva più la pena, la stagione dei pranzi stava per finire. Se fosse stato necessario rischiar la vita per il suo amico, Federico l'avrebbe fatto. Poteva non far caso agli altri, ma lui, proprio lui, l'avrebbe messo in imbarazzo mille volte di più. Lo scrivano s'era accorto che Federico non aveva intenzione di mantener la promessa, e gli sembrava che il suo silenzio peggiorasse l'ingiuria.

Avrebbe voluto guidarlo lui, lui solo, in tutti i sensi, e che la sua vita si sviluppasse secondo i loro ideali giovanili; la sua scioperataggine lo indignava come una disobbedienza, come un tradimento. Fra l'altro Federico, posseduto dall'idea di Madame Arnoux, parlava ogni momento del marito; e Deslauriers prese l'intollerabile abitudine di sfotterlo ripetendo quel nome centinaia di volte al giorno, alla fine d'ogni frase, come un tic da idiota. Se bussavano alla porta, rispondeva: Lui sempre, lui dovunque!

E poi, a voce bassa: Ti chiedo mille volte perdono! Lo scherzo, in quel modo, aveva avuto fine. Tre settimane dopo, una sera, Deslauriers gli disse: Aspettava che Deslauriers dicesse qualcosa.

Al minimo accenno d'ammirazione, gli avrebbe aperto per intero il suo cuore, con sùbita tenerezza. Ma l'altro non apriva bocca.

Alla fine, non resistendo più, gli chiese con aria indifferente cosa pensasse di lei. Venne agosto, il mese del suo secondo esame. Era opinione corrente che bastassero quindici giorni per prepararlo.

Dato che si svolgevano simultaneamente diversi esami, c'era parecchia gente nel cortile: Nel mezzo, alcune sedie di cuoio circondavano un tavolo abbellito da un tappeto verde. Era questo tavolo a separare i candidati dai signori esaminatori, tutti quanti in toga rossa e mantelletta d'ermellino e, sulla testa, tocchi gallonati d'oro.

Federico era il penultimo della serie: Il professore, un brav'uomo, gli disse: Federico era demoralizzato per l'inizio pietoso. Di fronte a lui, fra il pubblico, Deslauriers gli indicava a cenni che tutto non era ancora perduto; alla seconda interrogazione, sul diritto criminale, aveva fatto una figura discreta.

Ma dopo la terza, che riguardava il testamento mistico, la sua angoscia era raddoppiata: Alla fine, era arrivato il momento di rispondere in procedura.

L'argomento della domanda era l'opposizione di terzo grado. Il professore, che s'era seccato sentendo esporre teorie contrarie alle proprie, gli disse in tono brutale: Come concilia lo spirito dell'articolo del Codice civile con un siffatto ricorso straordinario?

Federico, che aveva passato la notte senza dormire, si sentiva un gran mal di testa. Un raggio di sole, filtrando dalla fessura di un'imposta, gli batteva in pieno viso. In piedi dietro la sedia, esitava dondolandosi e tirandosi i baffi. E, infastidito evidentemente dal gesto di Federico: Mentre il bidello l'aiutava a sfilarsi la toga, per passarla subito a un altro, fu circondato dagli amici che finirono di frastornarlo con le loro opinioni contrastanti sul risultato dell'esame.

Ma ben presto, e con voce sonora, fu proclamato dalla porta dell'aula che il terzo avrebbe dovuto Davanti alla guardiola del custode s'imbatterono in Martinon, rosso e emozionato, con un sorriso negli occhi e l'aureola del trionfo sulla fronte. Aveva appena sostenuto, senza incidenti, il suo ultimo esame. Non gli restava che la tesi; fra quindici giorni si sarebbe laureato.

Niente è più umiliante che vedere degli sciocchi riuscire dove abbiamo fallito. Le sue mire erano più in alto. Vedendo che Hussonnet stava per andarsene, lo prese da parte per dirgli: Non era difficile mantenere il segreto, dato che Arnoux, il giorno dopo, partiva per la Germania.

Alla notizia della partenza di Arnoux, la gioia s'era impadronita di lui. Avrebbe potuto presentarsi in casa loro con tutta tranquillità, senza timore che le sue visite venissero interrotte.

La convinzione d'essere assolutamente sicuro gli avrebbe dato coraggio. Finalmente, niente l'avrebbe tenuto lontano, niente L'avrebbe separato da lei! Qualcosa di più forte d'una catena di ferro lo tratteneva a Parigi, una voce interiore gli gridava di restare. Ma contava di ripresentarsi a novembre. Non avendo tempo da perdere, per quell'anno non sarebbe andato a casa; e chiedeva, in aggiunta al denaro del trimestre, duecentocinquanta franchi per le ripetizioni di diritto, utilissime.

La signora Moreau, che l'aspettava per il giorno dopo, fu doppiamente rattristata. Federico tenne duro; ne nacque un dissidio. Quando fu in possesso di tutta questa roba: E fu preso da una terribile incertezza.

Ogni volta il presagio fu favorevole. Dunque, era il destino a decidere. Era sul punto di svenire. Stava già per andarsene, poi si ricredette. Diede, questa volta, uno strappo discreto, leggero. La porta s'aperse e sulla soglia, tutto spettinato, col viso paonazzo e l'aria scocciata, Arnoux in persona comparve.

Intanto lo spingeva, non verso il boudoir o la sua stanza, ma nella sala da pranzo, sul cui tavolo stavano una bottiglia di champagne e due bicchieri; e con tono brusco: Gli disse, alla fine, ch'era venuto a chieder sue notizie, dato che lo credeva - stando alle informazioni di Hussonnet - partito per la Germania.

Per nascondere il suo turbamento, Federico andava avanti e indietro per la sala. Federico, afferrando quell'occasione di parlar di lei, aggiunse timidamente: Era al suo paese, dalla madre ammalata. Non trovarono più, in seguito, la minima cosa da dirsi.

Arnoux, che s'era fatto una sigaretta, passeggiava sbuffando intorno al tavolo. Federico, in piedi accanto alla stufa, contemplava le pareti, la credenza, il pavimento; immagini incantevoli, intanto, gli passavano nella memoria, davanti agli occhi, anzi.

Poi, stringendogli la mano: E gli chiuse la porta alle spalle, violentemente. Federico scese le scale un gradino dopo l'altro. L'insuccesso di quel primo tentativo gli toglieva coraggio per i successivi. Non aveva niente a cui lavorare, e il far niente aumentava la tristezza. Passava ore e ore sul balcone, guardando dall'alto il fiume che scorreva tra le banchine grigiastre, annerite qua e là dagli. Lasciando a sinistra il ponte di pietra di Notre-Dame e i tre ponti sospesi, i suoi occhi finivano sempre col dirigersi verso il quai aux Ormes, su un gruppo di vecchi alberi che ricordavano i tigli del porto di Montereau.

La torre di San Giacomo, l'Hôtel de Ville, San Gervasio, San Luigi, San Paolo si levavano, di fronte, dalla pianura indistinta dei tetti; il Genio della colonna di Luglio splendeva a oriente come una larga stella dorata, mentre all'altra estremità la cupola delle Tuileries si stagliava contro il cielo con la sua gonfia, pesante mole azzurra.

Da quella parte, là dietro, doveva esserci la casa di Madame Arnoux. Rientrando nella sua stanza, si stendeva sul divano per abbandonarsi a confuse meditazioni: I grandi muri di cinta dei collegi, allungati, pareva, dal silenzio, avevano un aspetto ancor più tetro; s'udivano mille tranquilli rumori, battiti d'ali nelle gabbie, il ringhio leggero d'un tornio, il martello d'un ciabattino; i venditori di stoffe, dalla strada, interrogavano con gli occhi una finestra dopo l'altra, inutilmente.

In fondo ai caffè deserti, la donna al banco sbadigliava tra le caraffe colme; i giornali giacevano in bell'ordine sui tavoli dei circoli; nelle stirerie, la biancheria s'agitava appena a tiepidi sbuffi di vento.

Di tanto in tanto, si fermava davanti a una bancarella di libri; un omnibus, che passava i sfiorando il marciapiede, lo faceva voltare. Raggiunto il Lussemburgo, non andava più in là. A volte, tuttavia, la speranza di qualche distrazione lo spingeva fino ai boulevards. Attraverso vicoli bui, che esalavano un'umida frescura, sbucava in grandi piazze deserte, abbaglianti dove i monumenti disegnavano ricami nerissimi d'ombra a filo del selciato.

Ma i carretti, le botteghe ricominciavano, e la folla lo stordiva, soprattutto la domenica quando dalla Bastiglia alla Madeleine era un unico, immenso fiotto che ondeggiava sull'asfalto, in mezzo alla polvere e a un incessante fragore; Federico si sentiva stringere il cuore dalla volgarità delle facce, dalla stupidità dei discorsi, dalla soddisfazione imbecille che trasudava da quelle fronti luccicanti.

D'altro canto, la coscienza d'esser meglio di quella gente attenuava il disgusto di guardarla. Tutti i giorni tornava a L'Art industriel; e per cercar di sapere quando sarebbe tornata Madame Arnoux, s'informava minutamente di sua madre. Nel corso di questi lunghi incontri a tu per tu, Federico si rese conto che il mercante d'arte non era uomo di grandi risorse.

Arnoux avrebbe potuto accorgersi d'un tale raffreddamento; e poi era il momento di ricambiargli, almeno in parte, le sue cortesie.

A ogni portata, a ogni nuova bottiglia, dopo un boccone o un sorso lasciava cadere la forchetta, spingeva via il bicchiere, poi, puntellandosi al gomito nel bel mezzo della tovaglia, gridava che a Parigi, ormai, non era più possibile pranzare.

Cos'era successo di Antonio? E di un tale che si chiamava Eugenio? E di Teodoro, quel piccolino che serviva a pianterreno? In seguito, si venne a parlare del prezzo dei terreni in periferia: Aspettando troppo, ci avrebbe rimesso gli interessi. Dato che s'ostinava a non vendere a nessun prezzo, Regimbart gli avrebbe trovato lui qualcuno; e, tirata fuori una matita, i due gentiluomini si misero a far calcoli finché non ebbero terminato il pranzo.

Il caffè andarono a berlo in un locale al mezzanino, nel Passaggio Saumon. Quando mai l'avrebbe rivista? Federico perdeva le speranze. Ma una sera, verso la fine di novembre, Arnoux gli disse: Il giorno dopo, alle cinque, era da lei. Era seduta accanto al fuoco, nella poltrona foderata.

Lui stava sul divano e teneva il cappello sulle ginocchia; il colloquio fu penoso, la signora lo lasciava cadere ogni momento; Federico non trovava appiglio per introdurvi i suoi sentimenti. A un certo punto, siccome lui si lagnava di dover studiare l'arte dei cavilli, lei rispose: Federico ardeva di sapere quali fossero, addirittura non pensava ad altro. Il crepuscolo addensava ombre intorno a loro.

Fuori non c'era più luce; faceva freddo, e una nebbia greve stagnava nell'aria cancellando le facciate delle case. Federico la fiutava con delizia: Il selciato era sdrucciolevole, a tratti ondeggiavano; e per Federico era come se fossero cullati dal vento, nel mezzo d'una nuvola. L'esplodere dei lumi nel boulevard lo fece tornare alla realtà. L'occasione era buona, il tempo stringeva.

Si concesse sino a rue Richelieu per dichiararle il suo amore. Ricominciarono i pranzi; e più frequentava Madame Arnoux, più si sentiva languire.

La contemplazione di quella donna lo snervava, come annusare un profumo troppo forte. E una condizione siffatta era calata sin nel profondo della sua natura, diventava, quasi, una sensibilità nuova e diversa, un nuovo modo d'esistere. Le prostitute nelle quali s'imbatteva sotto i lampioni, le cantanti che gonfiavano la gola nei gorgheggi, le cavallerizze che passavano al galoppo, le borghesi a passeggio, le sartine affacciate alla finestra, tutte gli ricordavano lei, per una somiglianza o per qualche contrasto violento.

Sfiorando le vetrine dei negozi, contemplava gli scialli di cachemire, i merletti, i monili, immaginandoli drappeggiati intorno alle sue spalle, cuciti al suo corsetto, fonte di bagliori nel nero dei suoi capelli. Nelle ceste dei mercanti i fiori aprivano i loro petali perché lei li scegliesse al suo passaggio; nelle vetrine dei calzolai, le piccole pantofole di raso orlate di cigno sembravano attendere il suo piede; non c'era strada che non portasse alla sua casa, le carrozze sostavan nelle piazze solo per condurlo più in fretta sino a lei; la grande città s'atteggiava sulla sua persona, Parigi intera risuonava intorno a lei con tutte le sue voci come un'immensa orchestra.

Quando andava al Jardin des Plantes, la vista d'una palma lo trasportava in qualche lontano paese. A volte, al Louvre, sostava davanti a un quadro antico, e il suo amore, avviluppandola sin nel più remoto passato, ne sostituiva l'immagine ai personaggi dipinti. Con un alto solenne copricapo, eccola pregare in ginocchio dietro i piombi d'una vetrata.

Sovrana delle Fiandre o di Castiglia, sedeva gravemente con un grande collare inamidato e un corpetto rigido dagli ampi sbuffi. Ancora, discendeva scalinate di porfido, circondata dai senatori, indossando, al di sotto d'un flabello di struzzo, una veste di broccato.

Altre volte la sognava in calzoni di seta gialla, sui cuscini d'un harem. E ogni cosa leggiadra - scintillar di stelle, musica, forma, suono di voce - la riportavano d'improvviso alla sua mente.

Quanto a cercare d'esserne l'amante, era convinto che qualsiasi tentativo sarebbe stato vano. È il privilegio degli amici. Indirettamente, era un tenerlo indietro. Che fare, d'altra parte? L'avrebbe congedato, questo era certo; o peggio, indignandosi, l'avrebbe messo alla porta! Ebbene, era pronto a qualsiasi sofferenza pur di sfuggire la terribile eventualità di non rivederla.

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Rosenwald venne a interromperli pregando Madame Arnoux di cantare qualcosa. Erano parole italiane, che Federico non capiva. All'inizio, era un ritmo grave, simile a un canto di chiesa; quindi, animandosi nel crescendo, gli effetti sonori si moltiplicavano, per calmarsi poi all'improvviso; e la melodia riappariva amorosamente, con un'oscillazione larga e indolente.

Era ritta accanto allo strumento, le braccia abbandonate lungo il corpo, lo sguardo perduto. A volte, per leggere la musica, stringeva un istante le palpebre, abbassando la fronte. Nelle note basse la sua voce di contralto prendeva un'intonazione lugubre che dava i brividi, e allora il suo bel viso dai lunghi sopraccigli si reclinava su una spalla; il petto si sollevava, le braccia accennavano ad aprirsi, il collo si rovesciava mollemente allo sgorgare dei trilli come per offrirsi ad aerei baci.

Di tanto in tanto, uno degli invitati scompariva. Madame Arnoux, ch'era venuta fino in anticamera, tese la mano a Dittmer e a Hussonnet che la salutavano; h tese anche a Federico; ed egli avverti una sorta di penetrazione in tutti gli atomi della pelle.

Il cuore gli traboccava. Perché, quella mano offerta? Era un gesto irriflesso o un incoraggiamento? Le strade eran deserte. Ogni tanto passava, pesante, una carretta, facendo sussultare il selciato. Si succedevano case dalle facciate grigie, dalle finestre serrate; ed egli pensava con disprezzo a tutti gli esseri umani coricati dietro quei muri, che vivevano senza vederla, senza dubitare, neppure uno di loro, ch'ella esistesse!

Non aveva più coscienza dei luoghi in cui si trovava, dello spazio, di nulla; e battendo il suolo col tacco, facendo scorrere il bastone contro le saracinesche, andava diritto davanti a sé, a caso, ebbro, travolto. I fanali brillavano in due righe dritte, all'infinito, e lunghe fiamme rossastre vacillavano nel profondo dell'acqua.

L'acqua era color ardesia, mentre il cielo, più chiaro, sembrava sostenuto dalle grandi ombre che s'alzavano massicce dall'una e dall'altra parte dei fiume. Gli edifici, ch'era impossibile distinguere, rendevano più densa l'oscurità. Dietro, al di sopra dei tetti, vagava una bruma luminosa; rumori diversi si fondevano in un confuso ronzio; spirava un vento leggero. S'era fermato a metà dei Ponte Nuovo, a capo scoperto, e aspirava l'aria avidamente. Sentiva salire dal fondo di se stesso qualcosa di inesauribile, un flusso di tenerezza che lo snervava, simile al movimento che facevan le onde sotto i suoi occhi.

All'orologio di una chiesa suonavano le ore, lentamente, e gli parve che una voce l'avesse chiamato. Fu preso, allora, da uno di quei soprassalti dell'anima, quando sembra d'esser trasportati in un mondo più alto. Si sentiva investito d'una capacità straordinaria, di cui non conosceva l'oggetto. Si domandava, seriamente, se doveva diventare un grande pittore o un grande poeta; alla fine, decise per la pittura, pensando che le esigenze del mestiere lo avrebbero avvicinato a Madame Arnoux.

Lo scopo della sua vita era chiaro, ormai, l'avvenire infallibile. Non ci aveva più pensato. Nello specchio, gli si offriva il proprio volto. Il giorno dopo, prima di mezzogiorno, aveva già comprato una scatola di colori, pennelli, un cavalletto.

La seconda poltrona era occupata da un giovanotto. Il tipo non piacque a Federico. La sua fronte era allungata dalla foggia dei capelli, tagliati a spazzola. C'era qualcosa di duro e di freddo nei suoi occhi grigi; e la lunga redingote nera, tutto il suo modo di vestirsi facevan pensare al pedagogo e all'ecclesiastico. Chiacchierarono, all'inizio, dei fatti del giorno: Pellerin apri la scatola dei colori.

Ne leggeva, a voce bassa, qualche brano, mentre Pellerin e Federico esaminavano insieme la tavolozza, la spatola, i tubetti di colore. Dopo di che passarono a discorrere dei pranzo dagli Arnoux. E si mise a raccontare d'una famosa litografia, che rappresentava la famiglia reale dedita a occupazioni edificanti: Luigi Filippo con in mano un codice, la regina con un libro di preghiere, le principesse ricamavano, il duca di Nemours si allacciava la spada e il signore di Joinville mostrava una carta geografica ai fratelli più piccoli; sullo sfondo, campeggiava un letto a due piazze.

L'arte doveva tendere esclusivamente alla moralizzazione delle masse; bisognava riprodurre solo i soggetti che spingono ad azioni virtuose; gli altri eran tutti nocivi. Non si ha il diritto Che bisogno abbiamo di tante laboriose frivolezze dalle quali non si riesce a cavare il minimo profitto; di tante Veneri, per esempio, e di tutti i vostri paesaggi? Mostrateci le sue miserie, piuttosto! Santo Iddio, non sono i soggetti che mancano: Ma con principi come questi si corrompono le folle. Il che va tutto a vantaggio del governo, d'altra parte!

Il pittore, esasperato dalle opinioni di Sénécal, si mise a difendere il mercante. Ebbe persino il coraggio di sostenere che Jacques Arnoux era un autentico cuor d'oro, devoto agli amici, affettuosissimo con la moglie. L'ho visto una volta, con un amico, al caffè: Arnoux rappresentava, ai suoi occhi, un mondo funesto alla democrazia. Repubblicano austero, sospettava di corruzione qualsiasi forma d'eleganza; d'altra parte, non ne aveva bisogno, ed era di un'onestà inflessibile.

La conversazione stentava a rianimarsi. Al pittore vennero ben presto in mente certi appuntamenti, al ripetitore i suoi allievi. Quando se ne furono andati, dopo un lungo silenzio, Deslauriers fece diverse domande su Arnoux. Poi pensarono a sistemarsi.

Deslauriers aveva ottenuto, senza fatica, un posto di secondo scrivano nello studio d'un avvocato, s'era iscritto ai corsi di diritto, s'era procurato i libri indispensabili, e la vita che avevano tanto sognata ebbe inizio. Fu, per grazia della loro giovinezza, una vita incantevole. Dato che Deslauriers non aveva accennato ad accordi finanziari, neanche Federico ne fece parola. Pensava lui a tutte le spese, badava al guardaroba, s'occupava dell'andamento di casa; ma se bisognava fare una predica al portinaio, era lo scrivano che se ne incaricava, continuando a svolgere, come in collegio, la parte del protettore, dell'anziano.

Dopo una separazione che durava tutta la giornata, si ritrovavano la sera. Ciascuno prendeva il suo posto accanto al fuoco e si metteva al lavoro. Ma non lasciavan passare molto tempo senza interromperlo. Erano confidenze interminabili, allegrie immotivate; discussioni, qualche volta, per una lampada la cui fiamma vacillava o un libro che non si trovava più: Lasciavano aperta la porta del ripostiglio, e continuavano a chiacchierare da lontano, ciascuno nel suo letto.

Al mattino uscivano a far due passi sulla terrazza, in maniche di camicia; sorgeva il sole, nebbie leggere scorrevano sul fiume, dal vicino mercato dei fiori giungeva un acuto brusio; e il fumo delle loro pipe s'alzava a volte nell'aria tersa che rinfrescava i loro occhi ancora gonfi di sonno e li riempiva, ad aspirarla, come di una vasta, diffusa speranza. La domenica, se non pioveva, uscivano insieme, e se ne andavano in giro per le strade tenendosi a braccetto. Molte volte, eran colpiti insieme da uno stesso pensiero; oppure, se si mettevano a parlare, non vedevan più niente di quanto li circondava.

Deslauriers avrebbe voluto la ricchezza, che considerava uno strumento di dominio sugli uomini. Gli sarebbe piaciuto far muovere parecchia gente intorno a lui, sollevare molto rumore, avere tre segretari ai suoi ordini e dare un gran pranzo politico ogni settimana.

Malgrado le sue opinioni democratiche, lo spingeva a farsi avanti in casa Dambreuse. L'altro gli ricordava i tentativi già fatti. Verso metà marzo, con altri conti piuttosto salati, ricevettero quello della trattoria che mandava i pranzi. In effetti, non aveva freni. Una veduta di Venezia una di Napoli e una terza di Costantinopoli nel bel mezzo delle tre pareti, soggetti equestri di Alfredo de Dreux un po' dappertutto, un gruppo di Pradier sulla mensola del camino, fascicoli di L'Art industriel posati sul pianoforte, e per terra, negli angoli, mucchi di disegni; tutto questo ingombrava l'appartamento al punto che si faceva fatica a posare un libro, a muovere le braccia.

Federico sosteneva che gli erano indispensabili per la sua pittura. La calma di quella grande stanza dove non si sentiva che il trotterellare dei topi, la luce che pioveva dal soffitto, e persino il ronfare della stufa, lo facevano scivolare, a tutta prima, in una sorta di benessere intellettuale.

Poi i suoi occhi, distraendosi dal lavoro, indugiavano sulle crepe dei muri, sugli oggetti posati nello scaffale, lungo i torsi fasciati dalla polvere come da lembi di velluto; e in fondo a ogni pensiero - come un viaggiatore sperduto in mezzo a un bosco è ricondotto di continuo, da tutti i sentieri, al medesimo sito - ritrovava il ricordo di Madame Arnoux. Per andare da lei, si fissava dei giorni; poi, arrivato al secondo piano, davanti alla sua porta, esitava a suonare.

Accadeva che l'incontrasse, tuttavia. La prima volta, era in compagnia di tre dame; un altro pomeriggio sopraggiunse l'insegnante di calligrafia della signorina Marta. E poi, gli uomini che Madame Arnoux invitava ai suoi ricevimenti non le facevano mai visita. Federico decise di non tornarci più, per discrezione. Alla fine, Arnoux gli diceva: Federico aveva già accettato prima che l'altro finisse di parlare. Sembrava che Arnoux cominciasse a volergli bene. Quand'era a quei pranzi, non apriva mai bocca; la contemplava.

A destra, vicino alla tempia, aveva un piccolo neo; le bande che le scendevan sulle guance erano più nere degli altri capelli, e sempre un poco umide, pareva, lungo i bordi; di tanto in tanto se le lisciava, passandoci due dita appena. Federico conosceva la forma delle sue unghie, una per una; s'incantava ad ascoltare il fruscio acuto della sua veste di seta quando sfiorava lo stipite d'una porta; fiutava di nascosto il profumo del suo fazzoletto.

Il suo pettine, i suoi guanti, i suoi anelli erano per lui degli oggetti particolari, importanti come opere d'arte, animati, quasi, come persone; gli afferravano il cuore, e accrescevano la sua passione.

Con Deslauriers non aveva avuto la forza di tacere. Quando tornava dalla casa di lei, lo svegliava come per sbaglio per potergliene parlare. Deslauriers, che dormiva nel ripostiglio accanto al sifone dell'acqua, cacciava un lungo sbadiglio.

Federico si sedeva ai piedi del suo letto. Parlava del pranzo, dapprima, poi gli raccontava mille particolari insignificanti nei quali aveva scorto qualche segno di disprezzo o di favore. Una volta, ad esempio, lei aveva rifiutato il suo braccio per prendere quello di Dittmer, e Federico se ne desolava. Deslauriers; si voltava dalla parte del muro e s'addormentava.

Non ci capiva niente in quell'amore, che giudicava un'estrema debolezza d'adolescenti; e, sicuro che il loro reciproco affetto non fosse più sufficiente, gli venne in mente di riunire gli amici comuni una volta la settimana. Arrivavano il sabato verso le nove. Le tre tende di tela algerina eran tirate con cura; oltre alla lampada, erano accese quattro candele; in mezzo al tavolo, un vaso pieno di pipe era disposto fra le bottiglie di birra, la teiera, una fiasca di rum e un vassoio di dolci.

Discutevano sull'immortalità dell'anima, confrontavano questo con quel professore. Una sera, Hussonnet introdusse un giovanottone con una re dingote troppo corta di maniche e con l'aria imbarazzata.

Era il ragazzo che avevano cercato di far rilasciare, l'anno prima, al posto di polizia. Dato che non era riuscito a riportare al padrone lo scatolone di merletti smarrito nella rissa, era stato accusato di furto, minacciato di denuncia; al presente, era commesso da uno spedizioniere.

Tese a Federico il portasigari ancora pieno, conservato religiosamente nella speranza di poterlo restituire. I giovani amici l'invitarono a tornare. Solo Martinon aveva cercato di difendere Luigi Filippo. Gli altri lo seppellivano sotto i luoghi comuni dei giornali: Alla fine Martinon taceva, per paura di offendere qualcuno.

In sette anni di collegio non aveva mai avuto un castigo, e anche alla Facoltà sapeva piacere ai professori. Portava, di solito, una spessa redingote color mastice, e soprascarpe di gomma; ma una sera comparve in abito da nozze: In realtà, il banchiere aveva appena acquistato da Martinon padre una grossa partita di legname; e dato che il buonuomo gli aveva presentato suo figlio, li aveva invitati a pranzo tutti e due.

Per Pellerin, le belle donne non esistevano: Ma alla fin fine, siamo schietti: Cerchiamo d'essere Galli, per la malora: Scorri, buon vino; donne, sorridete. Dalla bruna alla bionda, e via! Non sei del mio avviso, ottimo Dussardier? Tutti insistettero per conoscere i suoi gusti. La cosa fu detta in modo tale che vi fu un attimo di silenzio, qualcuno sbalordito da tanto candore, altri, forse, riconoscendovi la segreta aspirazione del loro cuore.

Per Deslauriers le donne erano una distrazione, niente di più. Il signor de Cisy provava, verso di loro, timori d'ogni sorta. Cresciuto sotto gli occhi d'una nonna devota, trovava la compagnia di quei giovani attraente come un luogo di perdizione e non meno istruttiva della Sorbona. In effetti, non gli lesinavano le lezioni; e lui si mostrava pieno di zelo, al punto di voler fumare a dispetto delle tormentose palpitazioni che lo prendevano, poi, regolarmente.

Federico lo circondava di premure. Ammirava i colori sfumati delle sue cravatte, il suo pastrano di pelliccia e soprattutto le sue scarpe, sottili come guanti e addirittura offensive per delicata lucentezza; giù, in strada, l'aspettava la carrozza. Una sera che se n'era appena andato, e fuori nevicava, Sénécal si mise a compiangere il suo cocchiere.

Poi fece una tirata contro i guanti gialli e il Jockey Club. Teneva in maggior conto un operaio, lui, che quei signori. Il ripetitore non gli avrebbe mai perdonato quell'uscita.

Erano, tuttavia, assai diversi fra loro. Per Sénécal, che aveva la testa fatta a punta, non esistevano che i sistemi. Regimbart, al contrario, nei fatti non vedeva altro che i fatti. La sua preoccupazione principale era la frontiera del Reno. Pretendeva d'intendersi di artiglieria, e si faceva fare i vestiti dal sarto del Politecnico. Non appena le idee attingevano ad una certa altezza, mormorava: Tutto sommato, Regimbart stava sullo stomaco a tutti, soprattutto a Deslauriers, anche per il fatto che il Cittadino era un amico intimo di Arnoux.

In realtà allo scrivano sarebbe piaciuto frequentare quella casa, dove sperava di fare qualche utile conoscenza. Ma Arnoux era oberato dal lavoro, oppure doveva partire; e poi non ne valeva più la pena, la stagione dei pranzi stava per finire. Se fosse stato necessario rischiar la vita per il suo amico, Federico l'avrebbe fatto. Poteva non far caso agli altri, ma lui, proprio lui, l'avrebbe messo in imbarazzo mille volte di più.

Lo scrivano s'era accorto che Federico non aveva intenzione di mantener la promessa, e gli sembrava che il suo silenzio peggiorasse l'ingiuria. Avrebbe voluto guidarlo lui, lui solo, in tutti i sensi, e che la sua vita si sviluppasse secondo i loro ideali giovanili; la sua scioperataggine lo indignava come una disobbedienza, come un tradimento.

Fra l'altro Federico, posseduto dall'idea di Madame Arnoux, parlava ogni momento del marito; e Deslauriers prese l'intollerabile abitudine di sfotterlo ripetendo quel nome centinaia di volte al giorno, alla fine d'ogni frase, come un tic da idiota. Se bussavano alla porta, rispondeva: Lui sempre, lui dovunque! E poi, a voce bassa: Ti chiedo mille volte perdono! Lo scherzo, in quel modo, aveva avuto fine. Tre settimane dopo, una sera, Deslauriers gli disse: Aspettava che Deslauriers dicesse qualcosa.

Al minimo accenno d'ammirazione, gli avrebbe aperto per intero il suo cuore, con sùbita tenerezza. Ma l'altro non apriva bocca. Alla fine, non resistendo più, gli chiese con aria indifferente cosa pensasse di lei. Venne agosto, il mese del suo secondo esame.

Era opinione corrente che bastassero quindici giorni per prepararlo. Dato che si svolgevano simultaneamente diversi esami, c'era parecchia gente nel cortile: Nel mezzo, alcune sedie di cuoio circondavano un tavolo abbellito da un tappeto verde.

Era questo tavolo a separare i candidati dai signori esaminatori, tutti quanti in toga rossa e mantelletta d'ermellino e, sulla testa, tocchi gallonati d'oro. Federico era il penultimo della serie: Il professore, un brav'uomo, gli disse: Federico era demoralizzato per l'inizio pietoso. Di fronte a lui, fra il pubblico, Deslauriers gli indicava a cenni che tutto non era ancora perduto; alla seconda interrogazione, sul diritto criminale, aveva fatto una figura discreta.

Ma dopo la terza, che riguardava il testamento mistico, la sua angoscia era raddoppiata: Alla fine, era arrivato il momento di rispondere in procedura. L'argomento della domanda era l'opposizione di terzo grado. Il professore, che s'era seccato sentendo esporre teorie contrarie alle proprie, gli disse in tono brutale: Come concilia lo spirito dell'articolo del Codice civile con un siffatto ricorso straordinario?

Federico, che aveva passato la notte senza dormire, si sentiva un gran mal di testa. Un raggio di sole, filtrando dalla fessura di un'imposta, gli batteva in pieno viso. In piedi dietro la sedia, esitava dondolandosi e tirandosi i baffi. E, infastidito evidentemente dal gesto di Federico: Mentre il bidello l'aiutava a sfilarsi la toga, per passarla subito a un altro, fu circondato dagli amici che finirono di frastornarlo con le loro opinioni contrastanti sul risultato dell'esame.

Ma ben presto, e con voce sonora, fu proclamato dalla porta dell'aula che il terzo avrebbe dovuto Davanti alla guardiola del custode s'imbatterono in Martinon, rosso e emozionato, con un sorriso negli occhi e l'aureola del trionfo sulla fronte. Aveva appena sostenuto, senza incidenti, il suo ultimo esame. Non gli restava che la tesi; fra quindici giorni si sarebbe laureato. Niente è più umiliante che vedere degli sciocchi riuscire dove abbiamo fallito.

Le sue mire erano più in alto. Vedendo che Hussonnet stava per andarsene, lo prese da parte per dirgli: Non era difficile mantenere il segreto, dato che Arnoux, il giorno dopo, partiva per la Germania.

Alla notizia della partenza di Arnoux, la gioia s'era impadronita di lui. Avrebbe potuto presentarsi in casa loro con tutta tranquillità, senza timore che le sue visite venissero interrotte.

La convinzione d'essere assolutamente sicuro gli avrebbe dato coraggio. Finalmente, niente l'avrebbe tenuto lontano, niente L'avrebbe separato da lei! Qualcosa di più forte d'una catena di ferro lo tratteneva a Parigi, una voce interiore gli gridava di restare.

Ma contava di ripresentarsi a novembre. Non avendo tempo da perdere, per quell'anno non sarebbe andato a casa; e chiedeva, in aggiunta al denaro del trimestre, duecentocinquanta franchi per le ripetizioni di diritto, utilissime. La signora Moreau, che l'aspettava per il giorno dopo, fu doppiamente rattristata. Federico tenne duro; ne nacque un dissidio. Quando fu in possesso di tutta questa roba: E fu preso da una terribile incertezza.

Ogni volta il presagio fu favorevole. Dunque, era il destino a decidere. Era sul punto di svenire. Stava già per andarsene, poi si ricredette. Diede, questa volta, uno strappo discreto, leggero. La porta s'aperse e sulla soglia, tutto spettinato, col viso paonazzo e l'aria scocciata, Arnoux in persona comparve.

Intanto lo spingeva, non verso il boudoir o la sua stanza, ma nella sala da pranzo, sul cui tavolo stavano una bottiglia di champagne e due bicchieri; e con tono brusco: Gli disse, alla fine, ch'era venuto a chieder sue notizie, dato che lo credeva - stando alle informazioni di Hussonnet - partito per la Germania.

Per nascondere il suo turbamento, Federico andava avanti e indietro per la sala. Federico, afferrando quell'occasione di parlar di lei, aggiunse timidamente: Era al suo paese, dalla madre ammalata. Non trovarono più, in seguito, la minima cosa da dirsi. Arnoux, che s'era fatto una sigaretta, passeggiava sbuffando intorno al tavolo. Federico, in piedi accanto alla stufa, contemplava le pareti, la credenza, il pavimento; immagini incantevoli, intanto, gli passavano nella memoria, davanti agli occhi, anzi.

Poi, stringendogli la mano: E gli chiuse la porta alle spalle, violentemente. Federico scese le scale un gradino dopo l'altro. L'insuccesso di quel primo tentativo gli toglieva coraggio per i successivi. Non aveva niente a cui lavorare, e il far niente aumentava la tristezza. Passava ore e ore sul balcone, guardando dall'alto il fiume che scorreva tra le banchine grigiastre, annerite qua e là dagli. Lasciando a sinistra il ponte di pietra di Notre-Dame e i tre ponti sospesi, i suoi occhi finivano sempre col dirigersi verso il quai aux Ormes, su un gruppo di vecchi alberi che ricordavano i tigli del porto di Montereau.

La torre di San Giacomo, l'Hôtel de Ville, San Gervasio, San Luigi, San Paolo si levavano, di fronte, dalla pianura indistinta dei tetti; il Genio della colonna di Luglio splendeva a oriente come una larga stella dorata, mentre all'altra estremità la cupola delle Tuileries si stagliava contro il cielo con la sua gonfia, pesante mole azzurra.

Da quella parte, là dietro, doveva esserci la casa di Madame Arnoux. Rientrando nella sua stanza, si stendeva sul divano per abbandonarsi a confuse meditazioni: I grandi muri di cinta dei collegi, allungati, pareva, dal silenzio, avevano un aspetto ancor più tetro; s'udivano mille tranquilli rumori, battiti d'ali nelle gabbie, il ringhio leggero d'un tornio, il martello d'un ciabattino; i venditori di stoffe, dalla strada, interrogavano con gli occhi una finestra dopo l'altra, inutilmente.

In fondo ai caffè deserti, la donna al banco sbadigliava tra le caraffe colme; i giornali giacevano in bell'ordine sui tavoli dei circoli; nelle stirerie, la biancheria s'agitava appena a tiepidi sbuffi di vento. Di tanto in tanto, si fermava davanti a una bancarella di libri; un omnibus, che passava i sfiorando il marciapiede, lo faceva voltare. Raggiunto il Lussemburgo, non andava più in là. A volte, tuttavia, la speranza di qualche distrazione lo spingeva fino ai boulevards.

Attraverso vicoli bui, che esalavano un'umida frescura, sbucava in grandi piazze deserte, abbaglianti dove i monumenti disegnavano ricami nerissimi d'ombra a filo del selciato. Ma i carretti, le botteghe ricominciavano, e la folla lo stordiva, soprattutto la domenica quando dalla Bastiglia alla Madeleine era un unico, immenso fiotto che ondeggiava sull'asfalto, in mezzo alla polvere e a un incessante fragore; Federico si sentiva stringere il cuore dalla volgarità delle facce, dalla stupidità dei discorsi, dalla soddisfazione imbecille che trasudava da quelle fronti luccicanti.

D'altro canto, la coscienza d'esser meglio di quella gente attenuava il disgusto di guardarla. Tutti i giorni tornava a L'Art industriel; e per cercar di sapere quando sarebbe tornata Madame Arnoux, s'informava minutamente di sua madre. Nel corso di questi lunghi incontri a tu per tu, Federico si rese conto che il mercante d'arte non era uomo di grandi risorse.

Arnoux avrebbe potuto accorgersi d'un tale raffreddamento; e poi era il momento di ricambiargli, almeno in parte, le sue cortesie. A ogni portata, a ogni nuova bottiglia, dopo un boccone o un sorso lasciava cadere la forchetta, spingeva via il bicchiere, poi, puntellandosi al gomito nel bel mezzo della tovaglia, gridava che a Parigi, ormai, non era più possibile pranzare.

Cos'era successo di Antonio? E di un tale che si chiamava Eugenio? E di Teodoro, quel piccolino che serviva a pianterreno? In seguito, si venne a parlare del prezzo dei terreni in periferia: Aspettando troppo, ci avrebbe rimesso gli interessi.

Dato che s'ostinava a non vendere a nessun prezzo, Regimbart gli avrebbe trovato lui qualcuno; e, tirata fuori una matita, i due gentiluomini si misero a far calcoli finché non ebbero terminato il pranzo. Il caffè andarono a berlo in un locale al mezzanino, nel Passaggio Saumon. Quando mai l'avrebbe rivista? Federico perdeva le speranze. Ma una sera, verso la fine di novembre, Arnoux gli disse: Il giorno dopo, alle cinque, era da lei.

Era seduta accanto al fuoco, nella poltrona foderata. Lui stava sul divano e teneva il cappello sulle ginocchia; il colloquio fu penoso, la signora lo lasciava cadere ogni momento; Federico non trovava appiglio per introdurvi i suoi sentimenti. A un certo punto, siccome lui si lagnava di dover studiare l'arte dei cavilli, lei rispose: Federico ardeva di sapere quali fossero, addirittura non pensava ad altro. Il crepuscolo addensava ombre intorno a loro.

Fuori non c'era più luce; faceva freddo, e una nebbia greve stagnava nell'aria cancellando le facciate delle case. Federico la fiutava con delizia: Il selciato era sdrucciolevole, a tratti ondeggiavano; e per Federico era come se fossero cullati dal vento, nel mezzo d'una nuvola. L'esplodere dei lumi nel boulevard lo fece tornare alla realtà. L'occasione era buona, il tempo stringeva. Si concesse sino a rue Richelieu per dichiararle il suo amore.

Ricominciarono i pranzi; e più frequentava Madame Arnoux, più si sentiva languire. La contemplazione di quella donna lo snervava, come annusare un profumo troppo forte. E una condizione siffatta era calata sin nel profondo della sua natura, diventava, quasi, una sensibilità nuova e diversa, un nuovo modo d'esistere. Le prostitute nelle quali s'imbatteva sotto i lampioni, le cantanti che gonfiavano la gola nei gorgheggi, le cavallerizze che passavano al galoppo, le borghesi a passeggio, le sartine affacciate alla finestra, tutte gli ricordavano lei, per una somiglianza o per qualche contrasto violento.

Sfiorando le vetrine dei negozi, contemplava gli scialli di cachemire, i merletti, i monili, immaginandoli drappeggiati intorno alle sue spalle, cuciti al suo corsetto, fonte di bagliori nel nero dei suoi capelli. Nelle ceste dei mercanti i fiori aprivano i loro petali perché lei li scegliesse al suo passaggio; nelle vetrine dei calzolai, le piccole pantofole di raso orlate di cigno sembravano attendere il suo piede; non c'era strada che non portasse alla sua casa, le carrozze sostavan nelle piazze solo per condurlo più in fretta sino a lei; la grande città s'atteggiava sulla sua persona, Parigi intera risuonava intorno a lei con tutte le sue voci come un'immensa orchestra.

Quando andava al Jardin des Plantes, la vista d'una palma lo trasportava in qualche lontano paese. A volte, al Louvre, sostava davanti a un quadro antico, e il suo amore, avviluppandola sin nel più remoto passato, ne sostituiva l'immagine ai personaggi dipinti. Con un alto solenne copricapo, eccola pregare in ginocchio dietro i piombi d'una vetrata. Sovrana delle Fiandre o di Castiglia, sedeva gravemente con un grande collare inamidato e un corpetto rigido dagli ampi sbuffi.

Ancora, discendeva scalinate di porfido, circondata dai senatori, indossando, al di sotto d'un flabello di struzzo, una veste di broccato. Altre volte la sognava in calzoni di seta gialla, sui cuscini d'un harem.

E ogni cosa leggiadra - scintillar di stelle, musica, forma, suono di voce - la riportavano d'improvviso alla sua mente. Quanto a cercare d'esserne l'amante, era convinto che qualsiasi tentativo sarebbe stato vano.

È il privilegio degli amici. Indirettamente, era un tenerlo indietro. Che fare, d'altra parte? L'avrebbe congedato, questo era certo; o peggio, indignandosi, l'avrebbe messo alla porta!

Ebbene, era pronto a qualsiasi sofferenza pur di sfuggire la terribile eventualità di non rivederla. Era invidioso dei pianisti per il loro talento, dei soldati per le cicatrici. Una cosa che lo stupiva, era di non provar gelosia per Arnoux; e poi, non riusciva a immaginarsela se non vestita; a tal punto il pudore appariva in lei naturale, relegando il suo sesso in una misteriosa penombra.

Pensava, tuttavia, alla felicità di vivere insieme a lei, di darle dei tu, di passarle una mano, a lungo, fra i capelli, o di starsene a terra, inginocchiato, cingendole la vita con le braccia, bevendole l'anima dagli occhi! Sarebbe stato necessario, per questo, sovvertire il destino; e Federico, incapace d'agire, maledicendo Dio e accusando se stesso d'esser vile, s'aggirava dentro il suo desiderio come un prigioniero nella cella. Un'angoscia incessante lo soffocava. Restava immobile per ore, oppure, a un tratto, scoppiava a piangere.

Un giorno che non aveva avuto la forza di controllarsi, Deslauriers gli disse: Deslauriers non fu disposto a credergli. Davanti a tanto dolore, aveva sentito risvegliarsi la sua tenerezza, e prese a confortarlo. Un uomo come lui, lasciarsi abbattere a quel modo! Passi, ancora, quando si è giovani; ma dopo, vuol proprio dire perdere del tempo. Rivoglio quello di prima. Andiamo, fatti una buona pipata, razza d'animale.

Scuotiti un po', coraggio, mi fai male al cuore! È il cuoricino, no? Delle donne perbene ci si consola Ne vuoi conoscere, di donne? Non hai che da venire all'Alhambra.

Era una sala da ballo, appena aperta, allora, in fondo ai Champs-Elysées, e fallita due stagioni dopo a causa d'uno sfarzo ancora eccessivo per quel genere di locali. Ci si diverte, a quanto pare. Potrai portarti dietro i tuoi amici, se vuoi: Federico non condusse il Cittadino. Portarono soltanto Hussonnet e Cisy, insieme a Dussardier; e fu da un'unica carrozza che scesero, tutt'e cinque insieme, davanti all'ingresso dell'Alhambra.

A destra e a sinistra, parallele, s'aprivano due gallerie in stile moresco. Di fronte era il muro d'una casa a far da fondale, mentre il quarto lato, quello del ristorante, era costituito da un finto chiostro gotico con relativa vetrata.

La pedana dei suonatori era sormontata da una specie di tettoia cinese; il pavimento, tutt'intorno, era di cemento lisciato; viste da lontano, le lanterne alla veneziana appese ai pali formavano sopra le quadriglie una corona di fuochi multicolori.

Qua e là, da vaschette di marino in cima a un piedistallo salivano striminziti zampilli. Frammezzo al fogliame s'intravedevano statue di gesso, un'Ebe o un Cupido tutti luccicanti di pittura a olio; e i viali, assai numerosi e coperti da una sabbia giallissima rastrellata con cura, facevan sembrare il giardino molto più grande del vero.

C'erano parecchi studenti con le loro amiche; commessi di negozio si pavoneggiavano reggendo un bastoncino di bambù fra le dita; collegiali fumavano grossi sigari costosi; anziani scapoloni s'accarezzavano col pettine la barba tinta; e poi degli inglesi, dei russi, qualche sudamericano, tre orientali in turbante. Gli uomini, portavan quasi tutti dei vestiti a quadretti; qualcuno, a dispetto della frescura serale, aveva i pantaloni bianchi. Proprio allora stavano accendendo le fiammelle delle luci a gas.

Hussonnet, grazie alle sue relazioni coi giornali di moda e i teatri d'operetta, aveva un gran numero di conoscenze femminili; mandava baci sulla punta delle dita e ogni tanto, abbandonando gli amici, andava a conversare con qualcuna. Deslauriers si sforzava di ridere; poi, avvistata una piccolina che stava seduta in disparte sotto un lampione, le propose una contraddanza.

I suonatori, appollaiati sulla pedana in pose scimmiesche, grattavano e soffiavano impetuosamente. Il direttore d'orchestra, in piedi, segnava il tempo con gesti automatici. C'era una gran calca: I nastri slacciati dei cappelli sfioravano le cravatte, gli stivali eran nascosti dall'orlo delle gonne, e tutto saltellava segnando lo stesso ritmo; Deslauriers stringeva a sé la piccolina e preso dal delirio del cancan si dimenava in mezzo alle quadriglie come una lunga marionetta. Deslauriers smise di ballare, e tutti si chiedevano come finire la serata, quando Hussonnet disse: Era una donna pallida, col naso all'insù, i mezziguanti lunghi fino al gomito e dei riccioloni neri che le pendevano lungo le guance come orecchie di cane.

Cerca di raccogliere qualche amica per questi cavalieri francesi. Ma Federico era scomparso. Gli era parso di riconoscere la voce d'Arnoux, aveva intravisto un cappellino, e s'era affrettato a inoltrarsi nel boschetto vicino. C'è dell'amore per lei. E gli faceva il broncio, sporgendo le grosse labbra ch'eran quasi sanguinolente a forza d'esser rosse.

Ma gli occhi li aveva stupendi, color fulvo e con dell'oro nelle pupille, scintillanti di spirito, d'amore e di sensualità, e le schiarivano come lampade accese la faccia un po' tirata e giallastra.

Sembrava che Arnoux provasse piacere ai suoi rabbuffi. Su, mi dia un bacio. Proprio allora, s'eran fermate le danze; e al posto del direttore d'orchestra era comparso un bel giovanotto, troppo grasso tuttavia e bianco come di cera. I capelli, neri, li portava lunghi come quelli di Gesù Cristo; aveva un panciotto azzurro di velluto con grandi arabeschi dorati e pareva, a vederlo, vanitoso come un pavone e stupido come un tacchino.

Faceva un contadino che racconta il suo viaggio nella capitale; parlava in basso normanno, fingendo d'essere ubriaco; e il ritornello. E che ridere, ah! Le parole ricordarono a Federico quelle che l'arpista cencioso aveva cantato sul ponte della nave. Senza volerlo, i suoi occhi si fissarono all'orlo della veste che gli stava dinanzi. A ogni strofa della romanza seguiva una lunga pausa: La signorina Vatnaz, scartando con la mano i rami di un ligustro che le nascondevano la pedana, contemplava fissa il cantante, con le ciglia socchiuse, le narici dilatate, come perduta in un godimento profondo.

Le piace Delmas, eh, signorina bella? Nessuno è più discreto di quel ragazzo! Gli altri, che stavan cercando l'amico, fecero il loro ingresso nel salottino di verzura. Hussonnet fece le presentazioni. La signorina Vatnaz era diventata rossa vedendo Dussardier. Cisy lo tirava per la giacca; se ne andarono. Poi parlarono di Delmas: Arnoux aveva conosciuto parecchie attrici famose; i giovani gli si stringevano addosso per ascoltarlo.

Ma le sue parole erano sommerse dal frastuono della musica; e non appena terminavano la quadriglia o la polca, tutti si precipitavano ai tavoli, chiamavano il cameriere, ridevano; le bottiglie di birra e di gassosa esplodevano nel fogliame, donne strillavano come se le spennassero; ogni tanto due gentiluomini si sfidavano a duello.

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